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La scienza della cura e la “Fatigue da compassione”. Uno strumento di auto-guarigione

Prevenzione del burnout e della fatigue da compassione

di William Rosa

Traduzione a cura di Manuela Caresio, Referente AHNA Sicilia

Viene allertato il Codice Blu per una donna di 40 anni che ha appena partorito due gemelli e che ha un’emorragia inarrestabile.

Gli infermieri ricoprono efficacemente il loro ruolo circondati da una disorganizzata frenesia: si mantengono pervie le vie aree, si facilita la trasfusione di sangue e l’infusione di liquidi, si effettuano compressioni toraciche tempestive e si preparano i farmaci per l’emergenza mentre in qualche modo si prova a confortare il marito che singhiozza incontrollabile nell’angolo.

Questi infermieri sanno come comportarsi in modo professionale quando sono sotto pressione, ma cosa devono fare delle immagini, dei suoni e delle esperienze vissute ogni giorno quando tornano a casa?

La riflessione su di sé è una componente spesso (e pericolosamente) assente da molte competenze e piani di cura richiesti per la formazione infermieristica di livello iniziale. L’insegnamento focalizzato sulla tecnica e l’assenza di abilità introspettive, rendono gli infermieri impreparati ad elaborare in modo sano gli effetti spirituali, emotivi ed energetici del loro lavoro, che costituiscono gli ambiti più ineffabili dell’esperienza umana.

Dove, quando e in che modo gli infermieri imparano implicitamente a fare pace con le emozioni dolorose, a placare le domande sulla morte e a condividere i ricordi traumatici, che tengono svegli di notte? Come razionalizzano la persistente preoccupazione per il benessere dei pazienti, mentre sono in compagnia dei loro cari a casa? E più importante ancora, quand’è che l’impegno interpersonale nella relazione infermiere-paziente ha un impatto tangibile sulla salute degli infermieri e, di conseguenza, diminuisce la performance lavorativa?

 

Il ruolo della cura nella fatigue conseguente alla compassione

 

L’accumulo, incontrollato e inesplorato, dell’investimento emotivo quotidiano dell’infermiere, sia come testimone sia come partecipante alla cura dei pazienti attimo-dopo-attimo, si chiama fatigue da compassione. La fatica che deriva dalla compassione è il culmine autodistruttivo delle frustrazioni e delle difficoltà etiche non elaborate, quando “il dispendio energetico supera il processo riparativo”. Gli infermieri che, praticamente in ogni area della pratica clinica, svolgono costantemente il ruolo di “primo soccorritore”, sono suscettibili nei confronti di questa epidemia biologico-metafisica. Le aree di traumatologia, emergenza, terapia intensiva, oncologia, hospice, nefrologia, cardiologia e chirurgia vascolare sono tutte vulnerabili a queste pressioni fenomenologiche.

La fatigue da compassione non è solo una sindrome di moda, ma piuttosto una preoccupazione concreta, che mette in pericolo l’integrità strutturale di chi siamo nel mondo. I “muscoli” mentali, emotivi, spirituali e fisici che ci permettono di essere i rappresentanti di un’assistenza curativa e amorevole sono sovraccarichi di lavoro, sottoposti a burnout e necessitano di riequilibrio psicofisico. Una convinzione comune ma erronea è che i sintomi della fatigue da compassione siano causati da una cura eccessiva – un modello caratterizzato da ripetuti sovra-investimenti ed una reattività emotiva sfrenata sulle montagne russe dell’umanizzazione delle cure che si realizzano a letto del paziente.

Tuttavia, il problema non è un eccesso di cura, ma piuttosto il mancato sviluppo della cura di sé:

  1. non preoccuparsi abbastanza di sé
  2. non dare la priorità a sé stessi in relazione agli altri
  3. non affermare il rispetto e la considerazione per sé stessi attraverso un’attenzione costante e quotidiana

 

Yoder (2010) individua una gamma di strategie di coping correlate al lavoro, che vanno dal debriefing informale riguardo le situazioni cliniche stressanti, dal trasferimento di unità e di dipartimento all’abbandono completo della professione.

Gli approcci personali alla guarigione includono la spiritualità, la preghiera e le pratiche sulla fiducia di base.

 

Tabella 1: Traslare il globale nel personale: la Crescita di Sè

Traslazioni globali – i 10 processi di Charitas

Elenco riflessivo sulla Caritas per i processi individuali di auto-guarigione

1. Accogli valori altruistici e pratica una gentilezza amorevole con te stesso e con gli altri.

1.Oggi ho messo in pratica strategie di auto-cura e gentilezza verso me stesso? Mi sono concentrato in un atto di amore verso me stesso per il recupero del mio benessere psico-fisico?

2. Ispira la fiducia e la speranza e onora gli altri.

2. Ho le idee chiare su ciò in cui credo? Ho ricordato a me stesso le persone, i luoghi e gli spazi che mi danno speranza?

3. Sii sensibile verso te stesso e verso gli altri dando spazio alle credenze e alle pratiche individuali.

3. Oggi ho risposto ai miei pensieri e sentimenti con dolcezza, sapendo che la mia esperienza è unica e sacra?

4. Sviluppa relazioni di cura, di aiuto e di fiducia.

4. Ho imparato ad abbandonare le relazioni tossiche e ad accogliere con sincerità e vulnerabilità connessioni di supporto nella mia vita? Solo per oggi, posso credere che ci sarò per me stesso?

5. Promuovi e accetta sentimenti positivi e negativi mentre ascolti autenticamente la storia di un altro.

5. Ho autenticamente accettato la mia storia? Accolgo pienamente tutti gli aspetti di ciò che sono: il positivo e il negativo, la luce e il buio?

6. Usa metodi di risoluzione dei problemi scientifici e creativi per prendere decisioni sulla cura.

6. Riconosco quanto sono creativo? Ho celebrato il mio “essere-me-stesso” nel modo in cui mi avvicino, interagisco e ispiro questo mondo intorno a me?

7. Condividi l’insegnamento e l’apprendimento rivolti alle diverse esigenze individuali e ai diversi stili di apprendimento.

7. Sono pronto a parlare dei miei bisogni al lavoro e a casa? Rimango flessibile ed energico oppure mi stanco facilmente all’interno della rigidità dei vecchi schemi?

8. Crea un ambiente di guarigione per il Sé fisico e spirituale che rispetti la dignità umana.

8. Oggi sono entrato in connessione con il mio cuore, a livello fisico o energetico? Sono connesso con il mio stesso battito cardiaco; lo stesso battito cardiaco condiviso da tutta l’umanità? Ho ammesso con me stesso che la guarigione inizia da dentro?

9. Assisti il soddisfacimento dei bisogni umani di base fisici, emotivi e spirituali.

9. Mi sono fermato ad occuparmi della mia stessa fame? della mia ansia? delle mie preoccupazioni? delle mie frustrazioni? Ho riconosciuto la validità dei miei bisogni personali?

10. Apriti al mistero e permetti ai miracoli di entrare.

10. Posso abbandonare il bisogno di sentirmi sicuro, di spiegare, di difendere, di proteggere e di etichettare? Posso arrendermi a questo momento e permettere alla vita di svolgersi così come sarà?

 

I 10 processi di Charitas™ di Jean Watson sono stati abbinati ad alcune domande per l’auto-riflessione personalizzata. L’elenco riflessivo sulla Charitas, sviluppato da William Rosa, può essere utilizzato per esaminare i processi individuali di auto-guarigione.

 

Elenco riflessivo sulla Charitas

 

Fa parte delle teorie filosofiche che delineano la nostra pratica professionale quel paradigma trasformativo ed unitario che considera la scienza della cura come una scienza sacra, unica e costantemente emergente.

La Tabella 1 elenca i processi di Charitas elaborati da Jean Watson (2013), ciascuno accompagnato da un più recente elenco riflessivo sulla Charitas per esaminare i processi individuali di auto-guarigione.

Attraverso un viaggio di riflessione e curiosità, gli infermieri possono tradurre questo quadro teorico specifico dell’infermieristica sull’assistenza curativa e amorevole in una ricerca interna personalizzata e orientata alla pratica. Riconoscendo i deficit personali di auto-cura e identificando le loro fonti sottostanti (o le ragioni per cui non ci si preoccupa abbastanza di sé), gli infermieri possono risvegliare una maggiore consapevolezza nelle loro vite mentali, emotive e spirituali.

Coloro che considerano l’infermieristica come una chiamata sacra comprendono la sfida di distinguere la vita personale da quella professionale; chi siamo nella vita é chi siamo al letto del paziente. Esplorando questa dinamica, arriviamo a comprendere che

“Il continuo sviluppo sia personale che professionale, la crescita spirituale e la pratica spirituale individuale aiutano l’infermiere ad entrare in questo livello più profondo di guarigione professionale …” (Watson & Woodward, 2010, 357).

L’atto di auto-riflessione e il passaggio attraverso l’elenco riflessivo ci permettono di riconoscere il bisogno di una guarigione universale e di evolvere verso una visione globale e più transpersonale della relazione paziente-infermiere. Anche negli ambienti della pratica clinica eccessivamente impegnativi, sempre più complessi e multidimensionali, possiamo accogliere i fragili processi e i principi della cura nella gentilezza del cuore umano, nella chiarezza dell’intenzionalità e nella volontà di co-identificarsi con la vulnerabilità dei pazienti.

 

La comunità infermieristica deve assumersi la responsabilità collettiva dell’empatia per educarsi l’un l’altro sull’indiscutibile bisogno di cura di sé, autocoscienza e auto-riflessione.

 

Se il fondamento morale/etico della comunità infermieristica è la scienza della cura umana, allora troviamo il nostro scopo unitario, la condivisione reciproca e la consapevolezza transpersonale all’interno dei momenti di cura dell’essere, del sapere e del fare post-moderno (Watson, 2012). L’infermiere che vive la fatigue appartiene alla comunità infermieristica; siamo tutti responsabili della creazione di una comunità di empatia morale e compassionevole che scopra il velo del silenzio e promuova un’articolazione sana, rispettosa, chiara e veritiera delle nostre vite interiori. In questo modo, ci rendiamo conto che la cura erogata (o non erogata) si estende inevitabilmente oltre noi stessi presentandoci nelle comunità, nei sistemi e nella capacità di essere presenti con i pazienti. Gli infermieri non agiscono in compartimenti stagni. Tutti noi ci occupiamo dei bisogni dell’umanità e tutti meritiamo di elaborare questo dono intimo e sfaccettato in un ambiente supportivo, comprensivo e di assistenza curativa e amorevole.

 

William (Billy) Rosa è un formatore in infermieristica in area critica presso il Langone Medical Center dell’Università di New York e fondatore di Holding Heartspace. Billy è intervenuto in diverse conferenze a livello nazionale e internazionale discutendo sul Selfcare come modalità di prevenzione della fatigue da compassione e per ristabilire la scienza dello human caring come fondamento teorico dell’assistenza infermieristica avanzata. Ha conseguito due certificazioni nazionali in infermieristica di terapia intensiva ed è laureato presso il Caritas Coach Education Program del Watson Caring Science Institute. Billy è stato recentemente selezionato come vincitore del premio Nurse.com NY / NJ Region Rising Star Gem 2014.

Vedi l’articolo in versione originale

 

Abendroth, M., & Flannery, J. (2006). Predicting the risk of compassion fatigue: A study of hospice nurses. Journal of Hospice and Palliative
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Coetzee, S.K., & Klopper, H.C. (2010). Compassion fatigue within nursing practice: A concept analysis. Nursing and Health Sciences, 12(2), 235-243.

Hooper, C., Craig, J., Janvrin, D.R., Wetsel, M.A., & Reimels, E. (2010). Compassion satisfaction, burnout, and compassion fatigue among emergency nurses compared with nurses in other selected inpatient specialties. Journal of Emergency Nursing, 36(5), 420-427.

Lombardo, B., & Eyre, C. (2011). Compassion fatigue: A nurse’s primer. Online Journal of Issues in Nursing, 16(1), 3.

Potter, P., Deshields, T., Divanbeigi, J., Berger, J., Cipriano, D.,Norris, L., & Olsen, S. (2010). Compassion fatigue and burnout: Prevalence among oncology nurses. Clinical Journal of Oncology Nursing, 14(5), E56-E62.

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Watson, J. (2005). Caring science as sacred science. Philadelphia, PA: F.A. Davis.

Watson, J. (2012). Human caring science: A theory of nursing (2nd ed.). Sudbury, MA: Jones & Bartlett Learning.

Watson, J., & Woodward, T.K. (2010). Jean Watson’s theory of human caring. In M.E. Parker & M.C. Smith (Eds.), Nursing theories and
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Yoder, E.A. (2010). Compassion fatigue in nurses. Applied Nursing Research, 23(4), 191-197.

Young, J.L., Derr, D.M., Cicchillo, V.J., & Bressler, S. (2011). Compassion satisfaction, burnout, and secondary traumatic stress in heart and
vascular nurses. Critical Care Nursing Quarterly, 34(3), 227-234.

Manuela Caresio è Laureata magistrale in Scienze Infermieristiche ed appassionata di nursing perioperatorio, è Referente AHNA Sicilia e collabora con AHNA Italia nella diffusione del nursing olistico. 

Siamo chiamati a prenderci cura di noi stessi per prenderci cura degli altri. Abbiamo bisogno di connetterci con il nostro mondo interiore, di elaborare le nostre emozioni e di ritrovare il nostro ben-essere. Per tutto questo c’è AHNA. E per tanto altro!” 

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